La certificazione nel Commercio Equo e Solidale

Il 18 febbraio 2015 Giorgio Dal Fiume è stato invitato da ExAequo a tenere un incontro di formazione per parlare della certificazione nell'ambito del Commercio Equo e Solidale.

Quello riportato di seguito è il suo interessantissimo discorso, che fa finalmente luce anche sulle differenze tra il tipo di Commercio Equo di Fairtrade Italia (che rimanda a Fairtrade International – FLO) e quello di ExAequo (che si rifà a WFTO).

Giorgio Dal Fiume è socio fondatore di ExAequo, è stato presidente di CTM-Altromercato (per il quale ora riveste la carica di responsabile della formazione dei soci), dal 2007 fa parte del board del Commercio Equo e Solidale europeo e dal 2010 è presidente di WFTO-Europa.

Il punto di partenza e la differenza con il biologico

WFTO (World Fair Trade Organization), se si passa il paragone provocatorio, è come la Confindustria del Commercio Equo e Solidale: è l'associazione che riunisce tutte le Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale.

Quando si parla di certificazione si parla di qualcosa le cui radici e il cui ambito si trovano a livello internazionale.

Il punto di partenza determinante per trattare di certificazione nel mondo del Commercio Equo e Solidale è che in questo mondo non esiste alcuna normativa che obblighi alla certificazione.
Pertanto, da un lato non c'è nessun obbligo di essere certificati, dall'altro chiunque può mettere in piedi un'agenzia di certificazione e sostenere di certificare il Commercio Equo e Solidale.

Per fornire una pietra di paragone, si pensi al biologico.
Il biologico possiede da ormai una ventina di anni una normativa dell'Unione Europea che riconosce per legge due elementi (che poi sono stati recepiti dai vari Stati):

  • che cos'è il biologico;
  • che cosa bisogna fare per assegnare a un produttore di prodotti agricoli il certificato di produttore biologico.

Quindi la legge definisce che cos'è il biologico e come certificarlo.
Nel campo del biologico non si può prendere un prodotto e scriverci sopra "biologico", e se si è un ente di certificazione non si può andare in giro a sostenere di certificare il biologico, farsi dare un prodotto, svolgere analisi e poi attribuire il logo europeo.

Si può fare tutto questo soltanto se si risponde a quelli che si chiamano i "disciplinari", ossia se si è una Organizzazione di un certo tipo con tutta una serie di competenze tecniche e si svolge tutta una serie di controlli, nonché a propria volta si è controllati dall'UE tramite gli stati nazionali.

I certificatori di biologico sono riconosciuti in una lista: quando si prende un prodottto biologico c'è un numero di riferimento che identifica il certificatore.

In sostanza, nel biologico esiste un vincolo normativo obbligatorio, c'è una etichetta (che non può essere scelta dal singolo certificatore o produttore), ci sono criteri in base ai quali definire che cosa è biologico.

Nel Commercio Equo e Solidale non è così: c'è invece libertà da parte di ciascuno (o abbandono, a seconda dei punti di vista) di dichiarare che cos'è il Commercio Equo e Solidale.

Da ciò deriva che si è in un contesto di certificazione privata.

Accade perfino che nessuno riconosca quelli che sono i dieci principi internazionali del Fair Trade, quindi chiunque può sostenere che un certo prodotto sia di Commercio Equo e Solidale, chiunque può produrre un marchio che identifichi un prodotto di Commercio Equo e Solidale.

Da qui derivano tante opportunità [ma Dal Fiume si dichiara un sostenitore della normativa a favore del Commercio Equo e Solidale, e non vede tutte queste opportunità], e anche tanti problemi.
Tanta libertà in quanto si può cambiare il Commercio Equo e Solidale anche domani, cosa che per esempio le organizzazioni biologiche non possono fare (anche se si riuniscono non possono cambiare i criteri del biologico; o meglio lo possono fare ma ciò non incide sulla certificazione, sulle regole dell'UE: per cambiare le quali occorre rivolgersi al Parlamento Europeo).

Al contrario, WFTO può cambiare tutti i giorni i propri criteri, e nessuno può dire niente.
Viceversa, domani un qualsiasi negozio può sostenere di essere Equo e Solidale, dichiarando i propri criteri.
E dopodomani un certificatore di prodotti biologici può sostenere di certificare anche il Commercio Equo e Solidale.
(Ed è esattamente quello che succede.)

La singolarità dell'esperienza italiana

Un altro aspetto determinante nel trattare di certificazione è quello di considerare l'esperienza italiana come non rappresentativa del contesto mondiale del Commercio Equo e Solidale.

In Italia siamo abituati può o meno tutti a considerare il Commercio Equo e Solidale come non certificato: non c'è nessuna certificazione per i prodotti che si trovano in bottega, c'è solo il marchio di chi li ha proposti (LiberoMondo, Altromercato, ecc.): loro garantiscono che sono prodotti di Commercio Equo e Solidale, ma è una garanzia privata e sostenuta da chi realizza e/o vende il prodotto, quindi non ha la pretesa di essere una certificazione.

In generale, per "certificazione" si intende un insieme di criteri che sono controllati da un soggetto terzo.
Ossia, i produttori biologici decidono che cos'è il biologico, ma per essere certificati ci deve essere un soggetto terzo, tecnico, cioè fuori del mondo del biologico e non produttore, che prende quei criteri (che devono essere stati riconosciuti dall'UE), va in una azienda e dichiara se vengono rispettati o meno.

Quindi nel caso dei prodotti in bottega non si parla di certificazione, perché sono i produttori e i venditori a sostenere che siano di commercio equo.

Tuttavia, i criteri che identificano un prodotto come di commercio equo sono comunque scritti, ossia i produttori dichiarano che un determinato prodotto è di Commercio Equo e Solidale secondo detti criteri.
E tale scrittura e controllo sono fatti da WFTO.

La differenza con il biologico è tuttavia che se, per esempio, anche domani LiberoMondo sostiene che un prodotto sia di Commercio Equo e Solidale rispetto a criteri diversi, per esempio quelli del Commercio Equo e Solidale statunitense (che sono un po' differenti dai nostri), nessuno gli può dire niente, cioè tocca al consumatore eventualmente capire la differenza, con tutte le difficoltà del caso.

In Italia la certificazione formale del Commercio Equo e Solidale è una faccenda non molto conosciuta, perché di fatto tale certificazione è posseduta soltanto dalla Grande Distribuzione Organizzata (gdo), e neanche da tutta (in particolare Coop, ma anche Conad e altri).
Nei negozi Coop, per esempio, si trova una etichetta che certifica un prodotto di Commercio Equo e Solidale (la certificazione per Solidal Coop è fatta da Fairtrade Italia, che è un soggetto tecnico – ma privato, non come l'UE dietro il biologico – ossia un certificatore che verifica che Coop rispetti determinati criteri).

Certificazione di prodotto e certificazione di Organizzazione

Nel caso del Commercio Equo e Solidale i criteri sono stabiliti da WFTO e da FLO (o Fairtrade International); quest'ultimo è l'ente di certificazione internazionale (FLO sta per Fairtrade Labelling Organization).

Oggi, 2015, di fatto siamo di fronte a una situazione che cinque anni fa non sussisteva, cioè che ci sono tanti certificatori, e proprio perché a monte non esiste una normativa.

Questo è il problema principale con cui ci si confronta.
Mentre il biologico ha una normativa a monte che parla di un minimo percentuale di ingredienti biologici, nel Commercio Equo e Solidale si può attribuire la definizione di Commercio Equo e Solidale anche a un prodotto composto con il solo 1% di ingredienti equosolidali (ed è un caso reale: uno yogurt certificato da FLO pure se WFTO non concordava, dal momento che non c'è una legge tale per cui WFTO possa imporre i suoi criteri di prodotto a FLO).

Nel Commercio Equo e Solidale non c'è mai stata una normativa, ma da alcuni anni ci sono un paio di novità interessanti, che sono novità "interne", cioè dentro il mondo del Commercio Equo e Solidale.
In particolare, WFTO ha deciso di dotarsi di un sistema di certificazione delle Organizzazioni.

Il biologico certifica il prodotto, non chi lo fa.
Così, in una stessa azienda si può produrre miele biologico ma latte non biologico.
WFTO riunisce produttori, importatori e reti di Botteghe del Mondo (anche ExAequo è socia tramite AGICES – non direttamente): Organizzazioni che fanno Commercio Equo e Solidale in maniera prevalente, e quindi la certificazione che ha sviluppato WFTO e che è in applicazione dal 2014 riguarda le Organizzazioni.

Per qualsiasi tipo di ambito, la certificazione può riguardare il prodotto o le Organizzazioni.
La differenza è che se si certifica l'Organizzazione, qualsiasi prodotto esca da quella Organizzazione sarà equosolidale (nel nostro caso), perché si verifica che al suo interno rispetti tutto un insieme di processi e di criteri, e li applichi a tutta la produzione: è obbligata a farlo, altrimenti non potrebbe essere certificata come Organizzazione di Commercio Equo e Solidale.

Se invece si applica la certificazione di prodotto, si può avere un'azienda (per esempio Nestlé) che fa un solo prodotto equosolidale su tipo un milione non equosolidali (e questo è avvenuto per davvero in Inghilterra).

Dal 2014 WFTO ha messo in piedi un sistema che identifica le Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale.
Quale potrebbe essere l'effetto se lo applicassimo in Italia?
Coop ha alcuni prodotti certificati equosolidali, ma non potrebbe mai avere la certificazione WFTO (almeno fino a che non diventi equosolidale in maniera preponderante); Altromercato, così come ExAequo (tramite AGICES) sono invece riconosciute come Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale.

La differenza è sostanziale: in un mondo dove tutti possono vendere prodotti di Commercio Equo e Solidale, è molto importante che il consumatore e le istituzioni possano identificare *chi* fa Commercio Equo e Solidale in maniera preponderante tutti i giorni, perché oltre a vendere prodotti si occupa di molto altro: per esempio formazione, aggregazione sociale, volontariato, ecc., e segue criteri non solo per i prodotti, ma anche per il tipo di attività: per esempio non è a scopo di lucro (ciò che costituisce un vincolo).

I due diversi tipi di certificazione cambiano quello che c'è dietro un prodotto.
Un prodotto realizzato da una Organizzazione di Commercio Equo e Solidale proviene da una realtà che non soltanto fa quel prodotto, ma che rispetta i criteri del Commercio Equo e Solidale a 360 gradi tutti i giorni; un prodotto fatto da una Organizzazione che non è di Commercio Equo e Solidale, e che vende magari il caffè equosolidale, ha applicato i criteri equi a quei produttori, ma non a tutti gli altri che stanno dietro agli altri prodotti.

I dieci principi del Commercio Equo e Solidale e la Carta dei Principi

Un'altra novità che si è registrata negli ultimi anni, a seguito della grande crescita del Commercio Equo e Solidale nel mondo, è che tanti certificatori si sono sentiti di dichiarare: adesso lo certifico anche io il Commercio Equo e Solidale, chi me lo vieta? Prendo magari i criteri da FLO, o da altre parti, li adatto un po' e vado a dire: vuoi essere certificato equosolidale? Vieni da me.

Sicché il panorama si è arricchito e complicato: da un lato abbiamo la certificazione di prodotto che vede vari attori e certificatori che certificano i prodotti di Commercio Equo e Solidale, dall'altro lato la certificazione di Organizzazione, che viene svolta da una unica Organizzazione: WFTO.

La situazione è complicata – e rischiosa, anche se fino ad adesso non sono mai avvenuti grossi problemi, per cui il rischio è potenziale – ma non così drammatica.
Dietro il termine "fair trade" non c'è il vuoto o il caos, e non è così anche perché tutti sanno che alla prima truffa evidente crolla e perde di credibilità sia chi certifica sia l'azienda che ci ha messo il bollino.

Tuttavia, tale situazione va gestita.
Nel 2009 è stata redatta la Carta mondiale dei principi del Commercio Equo e Solidale, in cui FLO e WFTO, le due principali reti, hanno riconosciuto appunto i dieci principi del Commercio Equo e Solidale (che esistevano dal 2001), nonché i due diversi percorsi per la certificazione di prodotto e per la certificazione di Organizzazione.
La carta non comprende tuttavia le percentuali sui prodotti: i criteri sono gli stessi, ma non entrano così nel dettaglio. Dietro ogni macrodefinizione ci sono paragrafi, contenuti e indicatori.

I dieci principi riguardano che cos'è il Commercio Equo e Solidale in generale, dopodiché, quando si va a certificare per esempio il cotone equosolidale, si devono seguire criteri specifici per il cotone.

I criteri di FLO sui prodotti si rifanno ai principi generali.
Qualsiasi Organizzazione, invece, deve rispettare direttamente i dieci principi.

È stata costituita una cornice tale per cui ci si è garantiti reciprocamente che non si cambiano le regole del gioco.

FLO e WFTO

Ciononostante permangono alcuni punti critici.
Uno di essi è che FLO ha fornito la certificazione di prodotto ad alcune transnazionali (come Nestlé), mentre WFTO non era d'accordo.
Inoltre, come accennato sopra, ha assegnato il marchio equosolidale anche a prodotti in cui la percentuale di prodotto di Commercio Equo e Solidale secondo WFTO è troppo bassa: per esempio, in Austria e Svizzera sono stati identificati come equosolidali alcuni yogurt che avevano l'1% di ingredienti equosolidali (la frutta). Per WFTO ciò rischia di annacquare il concetto e la pratica del Commercio Equo e Solidale.
WFTO non ha tuttavia voce in capitolo, in questo ambito.

La cornice serve a regolare una situazione che non vede a monte obblighi e vincoli, in quanto non esiste la normativa.

La maggior parte del Commercio Equo e Solidale europeo è contro una normativa europea, perché ritiene che in questo modo si sarebbe esautorati dal controllo dei propri criteri, come è successo al biologico, e cioè che dopo sarà il Parlamento Europeo che deciderà che cosa è eqosolidale, ed eventualmente lo cambierà, e non sarà facile poi farlo tornare sui suoi passi.

C'è poi una minoranza che invece pensa che i rischi sussistano, ma che siano maggiori i vantaggi e le opportunità, e quindi sarebbe a favore della normativa europea che riconosca quali sono le Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale.
Non a caso l'Italia ha depositato una proposta di legge in Parlamento per riconoscere le Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale, e in questo modo risolvere a monte il problema di chi stabilisce che cosa.
Ma ancora questa legge non c'è e chissà se ci sarà mai: in Italia e meno che meno in Europa.

La casa madre di FLO si trova in Germania, poi ci sono le varie organizzazioni nazionali (FLO Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), che hanno anche nomi diversi; per esempio in Belgio e Francia si chiama Max Havelaar; in Italia si chiama Fairtrade Italia.

La questione dell'allargamento del mercato è seria, e non la si può evadere pensando che lo si fa solo per motivi economici, anche se questi in effetti esistono (per esempio, Fairtrade Italia ha una dipendenza enorme da Coop, perché la grandissima parte dei prodotti FLO in Italia sono di Coop; fino a qualche anno fa Coop rappresentava l'80% del fatturato di Fairtrade Italia, e questa era una dipendenza economica e politica e anche una debolezza: se Coop cambiasse certificatore, Fairtrade Italia andrebbe a gambe per aria).

Ci sono tuttavia altri motivi, politici, organizzativi e di contenuto, su cui WFTO e FLO si devono confrontare: per esempio appunto la crescita del mercato, che è anche uno dei motivi dietro il quale WFTO ha deciso di dotarsi di un sistema di certificazione delle Organizzazioni per poterle identificare.

In un mondo dove tutti possono vendere prodotti di Commercio Equo e Solidale, è fondamentale riconoscere quali sono le Organizzazioni 100% equosolidali: non perché siano migliori, ma perché fanno un lavoro diverso.

Per esempio, i soci WFTO sono obbligati a offrirsi di pre-pagare il 50% dei prodoti ai produttori alimentari, quelli di FLO no (lo possono fare ma non è un obbligo).
Ciò significa che se per esempio Altromercato compra un milione di euro di caffè, al momento dell'ordine deve chiedere al produttore di caffè se vuole cinquecentomila euro in anticipo.

Questo comporta una serie di problematiche non indifferenti, perché il caffè si paga subito a un prezzo che tra un anno potrà essere diverso (il prezzo del caffè, come quelli di tè, grano, riso, ecc., cambiano di continuno).
Il caffè sarà raccolto due mesi dopo, spedito tra sei mesi, Altromercato lo venderà a ExAequo tra nove mesi, ExAequo lo pagherà ad Altromercato tra undici mesi...: non è semplice stare in piedi pagando oggi e ri-avendo i soldi undici mesi dopo.
(Da qui nasce la questione della finanza etica, e per esempio delle risorse che le botteghe possono raccogliere e, volendo, girare ad Altromercato. Sorge un nesso molto forte tra Commercio Equo e finanza etica: stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro che si pagano da sei a dodici mesi prima.)

Questa differenza tra WFTO e FLO è molto importante: non si tratta di un favore generico che si fa al produttore, perché a lui cambia la vita: dalla sopravvivenza, dal dovere spendere oggi (perché anche lui ha spese: dai coltivatori ai macchinari, ai fertilizzanti naturali, ecc.), sapendo che venderà tra dieci mesi, con il rischio di indebitarsi e di impoverirsi, all'avere i soldi subito, prima ancora di iniziare la raccolta.
È determinante per passare da una situazione di indebitamento e di indigenza a una nella quale invece si hanno già i soldi per condurre il lavoro sapendo che tra un tot di mesi sarà pagato il resto; in genere non lo si sa: si lavora oggi per un prodotto di cui si ignora il prezzo tra dieci mesi, perché il prezzo viene stabilito all'asta di New York o Chicago e cambia anche tutti i giorni.

Per cui, potere identificare cosa è una Organizzazione di Commercio Equo e Solidale è importante perché dovrebbe permettere al consumatore, al produttore e alle stesse istituzioni di riconoscere chi fa Commercio Equo e Solidale a 360 gradi da chi semplicemente rispetta i criteri per un solo prodotto specifico (che in sé è cosa giusta e buona, ma ben diversa da chi fa Commercio Equo e Solidale tutti i giorni).

Questo era il primo obiettivo: identità e visibilità.
ExAequo è diversa da Coop, LiberoMondo è diversa da Esselunga: tutti e quattro vendono prodotti di Commercio Equo e Solidale, e per quanto riguarda la vendita rispettano gli stessi criteri economici, ma il lavoro è del tutto differente.

Il secondo motivo riguarda il mercato.
Dentro WFTO ci sono moltissimi produttori di artigianato.
Occorre tenere presente che dei quasi 500 soci di WFTO circa 2/3 sono produttori, gli importatori sono circa 1/3, le reti di Botteghe del Mondo sono una ventina, tra cui AGICES e Associazione Botteghe del Mondo; ciò appare positivo.
La maggior parte dei produttori produce appunto artigianato.

I prodotti di artigianato rappresentano il 5% di tutto il commercio mondiale.
Mentre tutto il Commercio Equo e Solidale mondiale è in crescita in termini economici, anche in questi anni di crisi (e crescita a due cifre), l'artigianato è in calo.
Questo accade perché gli alimentari si vendono nella gdo, mentre l'artigianato no, e nella gdo il Commercio Equo e Solidale continua a essere in crescita abbastanza forte: aumentano sia la quantità sia le referenze dei prodotti.

Il 99% dell'artigianato si vende solo nelle botteghe.
Quindi la necessità di un marchio che identifichi le Organizzazioni sorge anche per fornire ai produttori di artigianato la possibilità di essere visibili e riconoscibili anche se fossero venduti nella gdo.

Questo ci porta a un altro aspetto legato alla certificazione, meno tecnico e più commerciale e politico: la certificazione è potenzialmente anche uno strumento di visibilità, di marketing.
Quando si parla di certificazione si parla anche di questo: la certificazione è anche uno strumento di mercato.

Fino a ora sono una dozzina le Organizzazioni sottoposte a certificazione da WFTO; è un processo che necessita di tempo.

Peraltro, oggi il marchio viene usato solo sul materiale promozionale, ma domani potrebbe essere usato anche sul prodotto.

Un po' di storia

Perché in Italia il marchio del Commercio Equo e Solidale sui prodotti è poco diffuso?

Fairtrade Italia è stata fondata nel 1994 (Fairtrade International nel 1997) da tutto un insieme di associazioni della società civile (ARCI, ACLI, ecc.), e anche da CTM.
Queste associazioni crearono un organo di certificazione italiano, e CTM iniziò a vendere prodotti con marchio FLO (lo ha fatto fino al 2000/01): lo usava in tutti i prodotti principali e vendeva anche alla Coop.

Poi il mercato è cresciuto, e così CTM e le Botteghe.

Occorre tenere presente che al vertice di CTM, a comporre il suo CdA, ci sono rappresentanti di Botteghe (ciò che peraltro costituisce una diversità enorme rispetto a tutti gli altri importatori).

Il contratto con Fairtrade Italia (che allora si chiamava Transfair) prevedeva che sul davanti del pacchetto di caffè, per esempio, fosse obbligatorio mettere il marchio FLO con una certa grandezza.
Allo stesso tempo, Coop aveva preso a fare i prodotti a proprio marchio e a mettere il bollino Fairtrade su tutti i prodotti di Commercio Equo e Solidale.
L'esito era che un consumatore difficilmente vedeva la differenza nel prendere un prodotto Coop o CTM-Altromercato.

Alle Botteghe questo non andava bene: volevano essere identificate come Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale, perché altrimenti con il passare del tempo nessuno avrebbe riconosciuto la differenza tra loro e Coop, e a rappresentare il Commercio Equo e Solidale non sarebbero state loro, o Altromercato, o LiberoMondo, ma sarebbe stata Fairtrade: ed era esattamente ciò che Fairtrade voleva e stava facendo, presentandosi all'UE e al Parlamento italiano come rappresentante del Commercio Equo e Solidale, e faceva conferenze stampa per parlare di Commercio Equo e Solidale.

A CTM ciò non stette bene.
Riteneva di rappresentare lui il Commercio Equo e Solidale, riteneva che questo fosse "costituito" dalle Botteghe, e che Fairtrade ne fosse solo il certificatore, cioè un soggetto tecnico.
Se CTM, le botteghe, LiberoMondo, ecc. non fossero riusciti a distinguersi, da un punto di vista politico e commerciale sarebbero morti, o comunque sarebbero diventati residuali, cioè l'immagine del Commercio Equo e Solidale sarebbe stata data da chi possedeva il marchio, indipendentemente che fosse un importatore, una Bottega del Mondo, ecc.

Quindi si aprì una trattativa con Transfair, in cui CTM chiedeva di cambiare le regole e di fare come nel biologico, senza marchio davanti ma con la scritta dietro "prodotto certificato da".
Fairtrade Italia rifiutò e CTM si staccò, rompendo il contratto nel novembre 1999 e rinunciando al marchio FLO.
Fu un trauma.

CTM fu l'unico in tutto il mondo del Commercio Equo e Solidale, proprio per il fatto che il Consorzio "è" le Botteghe del Mondo.

Dal Fiume allora era il presidente di CTM, e ricorda che questa situazione fu vissuta in maniera molto forte, con tutte le conseguenze: Banca Etica tolse a CTM i finanziamenti, per un certo periodo CTM non poté più vendere prodotti in Europa (perché chi li comprava voleva il marchio FLO); CTM litigò con l'ARCI, con l'ACLI, ecc.

E andò in giro per l'Europa a spiegare la sua scelta.
Disegnò in un foglio quella che secondo lui era l'alternativa: la certificazione di Organizzazione.
L'alternativa a FLO, che peraltro faceva bene il suo mestiere, ossia certificare i prodotti, doveva essere la certificazione di Organizzazione.

CTM allora era già socio di WFTO, e da quel momento diventò molto attivo in quel contesto, investendo molto: mettendo a disposizione persone, delegati per assemblee, portando l'idea che bisognasse dotarsi di una certificazione di Organizzazione.
E che WFTO divenisse una vera e propria associazione.
Era il 2000.

Oggi, 2015, la rottura con Fairtrade è sanata, ma allora il marchio FLO sparì da tutte le Botteghe italiane, e rimase soltanto in Coop.
Poi CTM cominciò a vendere banane nell'EsseLunga, mentre Coop presentava il proprio Commercio Equo e Solidale come quello "certificato e garantito", e diceva che "altri vendono prodotti di Commercio Equo e Solidale che non sono certificati e garantiti".

Da allora la situazione è rimasta questa, perché i fatti hanno dimostrato quello che CTM sosteneva: per vendere un prodotto nelle Botteghe non è necessario un certificato, casomai è necessario che fuori della bottega ci sia il marchio Equo Garantito ad affermare che si tratta di una vera Bottega del Mondo, e che tutto quello che si trova dentro è equosolidale o coerente con i criteri dell'equosolidale.

Quindi non c'è bisogno del marchio FLO.
E perché peraltro in bottega bisognerebbe pagare e fare promozione a un marchio che è lo stesso che si trova alla Coop?

Senza con questo demonizzare la Coop, ovviamente, dato che ognuno fa il suo lavoro e ha una sua politica.

Quella di Coop è un'altra strada, ma lo stesso si tratta di Commercio Equo e Solidale, e verso il produttore si rispettano gli stessi criteri di WFTO, anche se per FLO il pre-pagamento non è un obbligo.

Si è comunuqe dimostrato che nelle botteghe si vende senza marchio FLO: dal 2000 al 2005 il Commercio Equo e Solidale in Italia quadruplicò il fatturato, le botteghe del mondo crebbero molto, in Europa CTM riprese a vendere, dimostrando inoltre come in Italia fosse possibile vendere anche alla gdo senza marchio FLO (quando tutti dicevano che non sarebbero riusciti a piazzare neanche uno spillo).

Solo in Italia esiste questa situazione.
In Belgio e in Olanda di recente hanno accordato tutte le ragioni a CTM, ma non si è potuto fare lo stesso che in Italia, perché con il tempo si è verificato ciò che CTM temeva per l'Italia: si è imposto il marchio FLO come identificativo del Commercio Equo e Solidale e nessuno compera equosolidale se non ha tale marchio.

AGICES/Equo Garantito ha seguito la stessa strada di WFTO: certifica le Organizzazioni.

Negli ultimi due anni sono occorsi altri avvenimenti.
In Germania il più grande importatore al mondo di Commercio Equo e Solidale d'Europa, GEPA, ha chiesto di togliere il marchio FLO dai prodotti che vende alla gdo; FLO Germania ha negato il consenso, così GEPA si fa certificare alcuni prodotti da Naturland, storico marchio di certificazione del biologico.

In Italia, comunque, la linea di FLO è più vicina a quella di WFTO rispetto a quanto accade nel resto del mondo, anche perché FLO si è dovuta rapportare con un soggetto che di fatto dominava il mercato (CTM) – anche se adesso non è più così, dato che Coop è cresciuta molto, sono cresciute le vendite nella gdo, e le botteghe del mondo sono invece in crisi.

Inoltre, viaggiando e conoscendo i produttori, gli effetti delle grandi vendite determinate da FLO spesso si vedono (d'altronde WFTO spesso lavora con i più piccoli).

Il valore commerciale di un marchio, e questo è il limite di WFTO, sta non nella procedura di certificazione, ma nel fatto che sia visibile presso il grande pubblico.

Breve appendice: la situazione in USA

C'è una sola differenza tra i criteri USA e quelli europei, ma è piuttosto significativa: i certificatori di prodotto americani (Transfair USA, che faceva parte della famiglia di FLO) avevano iniziato anni fa un percorso di trattativa e negoziazione dentro FLO per modificare i criteri del caffè affinché anche quello prodotto in grandi estensioni di terreno appartenenti a grossi produttori potesse essere certificato come di Commercio Equo e Solidale (usando l'esempio del tè).

FLO non fu d'accordo, sostenendo che non fosse giusto, che non voleva entrare in conflitto con WFTO (perché ciò avrebbe cambiato, se non nella lettera di certo nella sostanza, uno dei principi base, cioè lavorare con i piccoli produttori, con l'unica eccezione del tè) e nel 2013 Transfair USA si staccò.

Se ci fosse stata una normativa, non si sarebbero potuti staccare e continuare a definirsi Commercio Equo e Solidale.

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